Bambino non vuole giocare con gli altri: timidezza o bisogno di osservare?
“Non vuole giocare con gli altri”: timidezza, osservazione e rispetto dei tempi
È capitato anche a voi, intorno ai tre anni, di iniziare a ricevere inviti a feste di compleanno? Al nostro primo compleanno da invitate mi sono trovata in una palestra enorme, con bambini dispersi e urlanti ovunque e una bambina, la mia, che stritolava il mio dito e non aveva nessuna intenzione di lasciarmi andare.
«È una bambina timida?» mi ha chiesto una delle mamme. «Si sta prendendo un po’ di tempo per osservare», ho risposto.
In questo articolo condivido:
- una riflessione su come le nostre aspettative influenzano l’interpretazione del comportamento dei bambini
- un pensiero sull’importanza dell’osservazione
- strumenti per accompagnare i bambini timidi nei momenti di socialità

Mi presento…
Sono Raffaella Rossi, Pedagogista Montessori e Consulente del Sonno Infantile. Se vuoi riceve altri consigli sull’educazione dei bambini e il metodo Montessori, seguimi su Instagram.

Le aspettative degli adulti nelle situazioni sociali
Le mie aspettative riguardo a quella festa di compleanno erano molto diverse da come sono poi andate le cose. Considerando che la festa era con i suoi compagni dell’asilo, con cui – a detta delle insegnanti – si trova molto bene, e che nei giorni precedenti continuava a chiedermi quando sarebbe stato il compleanno, arrivando persino a preparare un braccialetto per la sua amica, pensavo che sarebbe corsa subito a giocare.
Quando questo non è successo, sono entrata in modalità panico e il mio primo istinto è stato quello di invitarla ad andare a giocare e chiederle se stesse bene. Mi sono preoccupata del fatto che non socializzasse. Mi sono anche resa conto di quanto le nostre aspettative adulte possano influenzare il modo in cui interpretiamo il comportamento dei bambini. Questa esperienza ha scatenato una serie di riflessioni che sono felice di condividere con voi.
È davvero timidezza se un bambino osserva prima di giocare?
Questo tema dell’osservazione e del bisogno di sicurezza lo approfondiamo anche in un episodio del Podcast Gentile sulla timidezza, dove parliamo di bambini timidi, situazioni sociali e del ruolo dell’adulto nell’accompagnare senza forzare.
La prima domanda che dovremmo farci in una situazione simile è: si tratta davvero di timidezza quando un bambino osserva prima di partecipare?
L’osservazione è uno strumento prezioso, soprattutto nel metodo Montessori. In classe non interrompiamo mai un bambino intento a osservare ciò che fanno gli altri, perché è proprio attraverso l’osservazione che imparano moltissimo. La classe Montessori ha una struttura verticale, con bambini di età diverse, proprio perché valorizza questa capacità di apprendere gli uni dagli altri. Osservare permette anche di comprendere le dinamiche sociali, un aspetto fondamentale della socialità. È qualcosa che facciamo anche noi adulti, spesso in modo inconsapevole, prima di iniziare a interagire in un contesto nuovo o affollato.
Infine, c’è un aspetto legato all’attaccamento: i bambini stanno iniziando a esplorare il mondo e hanno bisogno di rimanere vicino alla loro base sicura fino a quando non si sentono davvero al sicuro.
Perché evitare di etichettare i bambini come “timidi”
Ho utilizzato il termine timidezza più volte in questo articolo, ma nella vita reale cerco di evitarlo. Lo trovo fortemente limitante. La timidezza è un’etichetta e, come tutte le etichette, serve a categorizzare ma non aiuta davvero a comprendere il comportamento del bambino. Non voglio definire mia figlia “timida” perché non sempre lo è. Ha sicuramente bisogno di un po’ di tempo prima di sentirsi a proprio agio nell’interazione, soprattutto quando si trova in uno spazio fisico che non conosce, come nel caso della festa di compleanno. In altri contesti, invece, è socievole, affettuosa e spesso guida il gioco. Chiamare un bambino “timido” ripetutamente, può incastrarlo in questo ruolo e influenzare lo sviluppo della sua personalità.
Come comportarsi quando un bambino non vuole socializzare

Quando ho condiviso questa esperienza sul mio canale Instagram, The Montessori Diary, sono rimasta colpita da un commento che mi chiedeva se non fosse importante spingere i bambini fuori dalla loro comfort zone. Credo che tutti, bambini inclusi, abbiano bisogno di uscire dalla propria zona di comfort. Non penso che i bambini debbano essere protetti da ogni forma di frustrazione, vergogna o disagio emotivo.
Credo però che la differenza stia nel come: non forzarli, ma accompagnarli. Aiutarli a stare dentro l’emozione che stanno provando e a darle un senso. Abbiamo molti strumenti a disposizione per farlo, vediamone alcuni.
Prima regola: controlla le tue emozioni
Mentre tornavamo a casa dalla festa, mia figlia era molto rilassata, anche se un po’ silenziosa. Le ho chiesto se stesse bene e se si fosse divertita alla festa. Mi ha risposto con un “si” sicuro e un sorriso. Questa sua risposta mi ha fatto pensare al panico che ho provato quando mi sono resa conto che non sarebbe andata a giocare con gli altri: il disagio era davvero suo o solamente mio? Ancora prima di intervenire, è importante fare un check-in con noi stessi per evitare di proiettare le nostre emozioni su di loro.
Non mettere pressione
Da bambina timida ricordo bene l’ansia legata alle situazioni sociali e la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in me, come se avessi dovuto essere diversa. Guardando indietro, mi chiedo se gran parte di quell’ansia non fosse alimentata proprio dalle pressioni degli adulti.
Essere introversi fa parte del temperamento. Quando spingiamo un bambino ad agire contro la propria indole, il messaggio implicito è che ci sia qualcosa che non va in lui o lei. Una delle cose più dannose che possiamo fare con un bambino che non socializza e resta vicino al genitore è proprio creare aspettative sul suo comportamento.
Dai tempo
Viviamo in un’epoca di grande velocità. Tutto dovrebbe accadere rapidamente, anche le relazioni. Il regalo più grande che possiamo fare ai bambini è il tempo: tempo per osservare, per ambientarsi, per stare senza fare nulla, per scegliere quando e come entrare nel gioco, senza la pressione del mondo esterno che chiede loro di essere diversi.
Descrivi ciò che succede
Alle feste di compleanno ci sono spesso rumori forti, confusione e tanti stimoli che possono far sentire un bambino sopraffatto. Per aiutarlo a orientarsi, puoi semplicemente descrivere ciò che vedete: «Guarda, Lea e Martha stanno costruendo una torre insieme», «Qui c’è molto rumore», «Ci sono tanti bambini che corrono». Descrivere la realtà aiuta il bambino a darle un significato e a sentirsi più sicuro.
Conclusione
Accompagnare un bambino che fatica a socializzare significa prima di tutto cambiare il nostro sguardo: rallentare, osservare, fidarci dei suoi tempi. La comunicazione che costruiamo con i bambini nei momenti di difficoltà è ciò che permette loro di sentirsi al sicuro e, col tempo, di aprirsi al mondo.
Se senti il bisogno di approfondire questi temi e di lavorare in modo concreto sulla comunicazione con tuo figlio, ho creato il webinar “Comunicazione gentile con i bambini dai 2 ai 4 anni”, uno spazio pensato per i genitori che desiderano strumenti pratici, rispettosi e applicabili nella quotidianità.
