Comunicazione gentile con i bambini: escalation o de-escalation? Il potere silenzioso delle nostre parole
Se sei arrivata/o su questa pagina, probabilmente stai facendo del tuo meglio per praticare una comunicazione gentile con i bambini. Sai quali sono i tuoi valori e come vorresti relazionarti con loro. Uso la parola “vorresti” con intenzione, perché so fin troppo bene che le nostre intenzioni non sempre coincidono con la realtà.
In questo articolo voglio condividere con te:
- un racconto personale di un pomeriggio post asilo particolarmente intenso con mia figlia di 3 anni e mezzo
- una riflessione su come la mia interazione abbia contribuito a intensificare la sua crisi
- un cambio di prospettiva fondamentale per accompagnare i bambini nei momenti difficili

Mi presento…
Sono Raffaella Rossi, Pedagogista Montessori e Consulente del Sonno Infantile. Se vuoi riceve altri consigli sull’educazione dei bambini e il metodo Montessori, ascolta il Podcast Gentile.
Il momento dopo l’asilo: una delle sfide più grandi della genitorialità
Per quanto riguarda le sfide della genitorialità, credo davvero che il momento dopo l’uscita dal nido o dalla scuola sia uno dei più difficili. Li amiamo, siamo felici di rivederli, ma spesso nel giro di cinque minuti da quando li andiamo a prendere stiamo già pensando all’ora di andare a dormire. La comunicazione gentile che vorremmo usare con i nostri figli, sembra incredibilmente difficile da praticare. Magari mettiamo anche in dubbio che “funzioni”
Succede anche a te? Qualche giorno fa è successo anche a me.
Sono andata a prendere mia figlia all’asilo ed è scoppiata una crisi che è durata quasi due ore. Appena entrata in classe ho percepito subito che i suoi livelli di energia erano altissimi. Mi ha vista e ha iniziato a correre via e, quando finalmente sono riuscita a prenderla e portarla fuori, ha iniziato a piangere dicendo che non voleva andare. La difficoltà è continuata sulle scale (io con Liam in braccio e lei che non voleva camminare), in macchina (la merenda non andava bene), nel parcheggio (voleva essere portata in braccio, impossibile con passeggino e borse della spesa) e a casa, perché i pantaloni che voleva erano bagnati. In qualche modo siamo arrivati a sera e lei è letteralmente collassata a letto alle sei e mezza.
Ho fatto lo stesso, sul divano, sconvolta dal pomeriggio e incredula del fatto che, a tre anni e mezzo, potesse ancora avere crisi del genere. Stiamo facendo passi in dietro?
Perché la comunicazione gentile con i bambini è così difficile quando siamo stanchi

Le crisi di pianto, soprattutto quando sono così intense, ci mettono profondamente alla prova. Normalmente parlo spesso del fatto che il comportamento dei bambini è una forma di comunicazione, e che i bisogni primari a questa età influenzano moltissimo la loro capacità di rimanere regolati. E’ tutto vero, ma questo episodio mi ha ricordato una cosa fondamentale: questa è solo una faccia della medaglia. I bambini non vivono in un mondo isolato, ma in relazione e, quel pomeriggio, non era da sola. Mi sono anche ricordata quello che ripeto ai genitori in consulenza: smettiamo di guardare al comportamento e guardiamo a tutto quello che c’è intorno. Sono partita da me stessa.
Il mio stato fisico
Non lo nego, sono esausta in questo momento. Le notti con il bambino più piccolo sono ancora molto difficili e le giornate esrtemamente intense tra il tentativo di portare avanti la mia attività da libera professsionista e la cura dei bambini e della casa, non mi fermo un momento. Nonostante stia cercando di rimettermi fisicamente in forma, non sempre riesco a trovare la forza di volontà e lìenergia di allenarmi come vorrei e il mio corpo ne risente.
Il mio stato emotivo
Tra mancanza di riposo e ormoni post gravidanza, mi sento emotivamente provata, e questo è vero praticamente ogni giorno. Il mio umore oscilla facilmente e mi sento particolarmente sensibile. Come dicevo, questo è vero ogni giorno e, infatti, quando sono entrata in classe e lei mi ha ignorata, mi sono sentita subito in difficoltà: lo so, è piccola e non dovrei prenderla sul personale, ma ci sono rimasta male. Ho provato tristezza e anche un po’ di delusione. Quando ha iniziato a piangere perché non voleva andare via, invece, mi sono sentita frustrata. Ogni giorno corro per riuscire a fare tutto, andarla a prendere presto, darle ancora un pomeriggio di gioco… e lei non vuole venire a casa. Ho ripensato a tutte le sere in cui, dopo averla messa a letto, continuo a lavorare, per stare dietro a tutto, e ho provato rabbia.
Come le nostre reazioni influenzano il comportamento dei bambini

In macchina le ho detto subito che non mi era piaciuto il suo comportamento e che mi sentivo molto triste. Razionalmente sapevo che la cosa più sensata era lasciare andare, ma non ci sono riuscita e sono rimasta seria e silenziosa per tutto il viaggio. A casa ho continuato a dire “no” alle sue richieste, invece di cercare soluzioni insieme, come faccio di solito.
Non condivido questo episodio per colpevolizzarmi: mi rendo conto che alcuni giorni abbiamo 100 da dare, e altri 5. E anche che non sempre riusciamo a mettere il cappello da genitori. Alle volte il bambino che è dentro di noi, quello che non si è sentito visto, rispettato e ascoltato, prende il sopravvento e inizia a sbattere i piedi in terra.
Non condivido questa riflessione per colpevolizzarmi, ma per ricordare che quello che porto nell’interazione con mia figlia fa davvero la differenza. Ho alzato un muro, lei l’ha percepito e questo ha contribuito ad accentuare la sua crisi e a prolungarla. La crisi sarebbe arrivata comunque, ma così è durata due ore invece che quindici minuti.
Escalation o de-escalation: cosa significa davvero nella comunicazione gentile con i bambini
Ogni volta che un bambino è in difficoltà emotiva, abbiamo due strade davanti.
Possiamo fare escalation: aggiungere rigidità, durezza, rabbia, opposizione. Chiudere le porta e fargli sentire che hanno sbagliato, mettere in chiaro che le loro azioni hanno conseguenze.
Oppure possiamo fare de-escalation: abbassare il tono, rallentare, diventare uno spazio sicuro. Questo non significa “permettere tutto”, ma ricordare che un bambino piccolo non ha ancora gli strumenti neurologici per autoregolarsi da solo: ha bisogno di noi.
La comunicazione gentile con i bambini parte sempre dall’adulto. Richiede consapevolezza di ciò che stiamo provando, di come lo stiamo esprimendo e dell’effetto che ha sui nostri figli. Dobbiamo spostare il focus dai bambini a noi stessi.
Se vuoi approfondire il tema della comunicazione gentile con i bambini…
Se anche tu ti ritrovi a volte a reagire in modo diverso da come vorresti, il punto non è “fare di più”, ma capire cosa succede dentro di te in quei momenti. Nel webinar sulla comunicazione gentile con i bambini entriamo proprio lì:
– cosa accade nel cervello durante le crisi
– perché l’escalation è così facile
– come costruire strumenti di de-escalation concreti
